Professioni Sanitarie (non mediche): noi professionisti con uno stipendio da fame. Altro che intellettuali.

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Valorizzare le Professioni Sanitarie (non mediche) significa valorizzare lo stipendio di tanti professionisti della salute che tengono in piedi il SSN. Basta con i soldi ai soli Medici.

Gentilissimo Direttore,

dopo tanto tempo di incertezza oggi mi sono decisa ad affrontare un argomento che agli occhi degli anacronisti potrebbe apparire venale/superfluo ma che se analizzato – anche in un sistema quale la piramide di Maslow –  è determinante per la sfera dell’appartenenza, stima, auto-realizzazione, ovvero essere decisivo ed agire direttamente sulla leva dei molteplici bisogni e motivazioni della Persona e della propria realizzazione in generale, tutto questo inducendo e caratterizzando qualitativamente i contesti di vita/sociali ma soprattutto lavorativi e professionali.

Nello specifico, da ormai venti anni ho scelto di intraprendere una professione sanitaria (non medica), e volutamente ometto la specifica Professione Sanitaria in quanto la mia condizione è la condizione di tutti i Professionisti ricadenti nelle quattro classi di laurea determinate dal D.M. 2 aprile 2001. Il periodo universitario è stato un periodo di grande speranza proiettata sulla realizzazione futura che, purtroppo, è svanita dopo aver avuto la fortuna/sfortuna – a seguito di concorso pubblico, superando le rispettive tre prove (scritta, pratica e orale) – di accedere alla Professione nel SSN, ovviamente con tutte le incombenze e responsabilità, obblighi di formazione, assicurazione, iscrizione all’ordine, ecc.

Il primo trauma professionale risale al primo incontro/colloquio di benvenuto che il Direttore di Struttura (gentilissima persona) mi ha concesso per conoscerci e per mettermi a mio agio, ed in quella occasione – visto che la sede di lavoro distava circa mille chilometri dalla mia residenza ed avendo la necessità di prendere casa in loco e, quindi necessariamente confidare e coordinare le spese con la futura retribuzione da professionista sanitario – non potendo contare su altri guadagni se non lo “stipendio” ho chiesto un po’ mortificata, dalla domanda indiscreta, quanto avrei guadagnato cosi da regolarmi nella mia aspettativa di vita e di spesa, ovviamente il Direttore con grande cordialità in un primo momento ha risposto che non lo sapeva ma con ampia disponibilità ha chiamato subito l’ufficio personale che dopo pochi minuti ha dato l’informazione richiesta e già da li. E per la prima volta, il volto del Direttore ha subito un’espressione nuova poiché forse l’informazione che aveva ricevuto era inattesa ed ha sconvolto anche Lui; ad ogni modo dopo alcuni secondi è riuscito a comunicarmi, un pò dispiaciuto, quanto riferitogli, vale a dire che avrei guadagnato tra le 1200 euro e le 1300 euro, ovviamente non mi sarei mai aspettata una cifra cosi bassa difatti per un momento sono rimasta interdetta ed il gentile Direttore per tornare a dialogare ha sdrammatizzato dicendo “si un po pochino, ma per iniziare…”; fortunatamente/sfortunatamente poi di fatto la retribuzione complessiva e reale con tutte le indennità ed accessori vari si aggirava tra i 1300 e 1400 euro ma sempre una magra consolazione soprattutto se considerato il fatto che dopo 15 anni di lavoro la remunerazione è rimasta pressoché invariata, pertanto tutte le speranze e aspettative per una realizzazione e autostima improntata sulla professione e un’esistenza gratificante è riuscita a svanire sul nascere e cosi mantenuta nel tempo.

All’aspetto puramente venale/stipendiale, via via nel tempo si è affiancata la rappresentazione reale che le Professioni Sanitarie (non mediche) hanno nel contesto complessivo del SSN e le rispettive condizioni contrattuali in merito al CCNL.

Partendo dal contesto del SSN e da una sincera analisi comparativa – che è anche la condizione permanente degli ultimi quarant’anni – si può tranquillamente dire che in grandi linee l’evoluzione delle Professioni Sanitarie (non mediche) e la loro realizzazione/considerazione – al netto delle responsabilità e competenze, che invece sono andate ad aumentare vertiginosamente – non c’e’ mai stata, pur avendola idealmente innescata con la Legge 26 febbraio 1999, n. 42 con la sostituzione della denominazione di “professione sanitaria ausiliaria” con la denominazione di “Professione Sanitaria” e la conseguente autonomia ed esclusività professionale della funzione esercitata.

Infatti il SSN era stato, ed è costruito anche oggi, sulla prevalenza professionale di alcune categorie, a cui  direttamente spetta e viene attribuita di diritto la classificazione di “Dirigente” quale proprietà intrinseca della professione (Medici, Veterinari, ecc..) scaturita appunto dalla prima riforma del SSN (D.lgs.502/92) all’art. 18 c.2-bis, cosi come regolamentato dal CCNL 1994 / area dirigenza, cui venivano separati i livelli contrattualizzati in origine – stabiliti per il Personale nel ruolo sanitario dalle disposizioni legislative sul personale scaturite dal 20-12-1979 n. 761 (Stato Giuridico Del Personale Delle Unità Sanitarie Locali), e per l’area contrattuale riferita (a titolo di esempio) all’accordo nazionale unico di lavoro per il personale ospedaliero dell’1 luglio 1979 al 30 giugno 1982 – prevedendo il primo livello dirigenziale articolato in due fasce economiche, nelle quali veniva a confluire a) il personale della posizione funzionale corrispondente al decimo livello del ruolo sanitario; b) il personale già ricompreso nella posizione  funzionale corrispondente al nono livello del ruolo medesimo il quale mantiene il trattamento economico in godimento.

Per analogia tale valorizzazione, oggi, dovrebbe essere estesa a tutte le professioni sanitarie, con la realizzazione di un reale livellamento del peso professionale di tutti gli operatori del SSN, quale condizione essenziale per realizzare quel rapporto professionale alla pari, indicatore di una vera cooperazione multidisciplinare e non una collaborazione gerarchica tra subordinati e dirigenti retaggio di una organizzazione aziendale obsoleta risalente alle origini del SSN e delle professioni sanitarie ausiliarie; non considerando poi l’aspetto remunerativo, del quale si può solo dire che – con tutto il buon senso ed il rispetto – non è concepibile che la remunerazione di base di una professione possa superare di tre volte la remunerazione di un’altra professione altresì espropriata di ogni possibilità di sviluppo, anche perché rifacendomi ad una citazione“un lavoro pagato poco vale poco”.

Altro aspetto desolante e demotivante è il valore reale attribuito alle professioni sanitarie (non mediche) nel contesto della pubblica amministrazione, nonché la rilevanza negoziale delle rappresentanze in merito alla contrattazione collettiva nazionale di lavoro, infatti,  sembrerà strano ma, le professioni sanitarie (non mediche) – a cui il sistema di classificazione dell’area comparto nel SSN attribuisce la categoria D – risulterebbero da un confronto oggettivo dei CCNL (Sanità, Scuola, Funzioni Centrali, Funzioni Locali) i professionisti peggio remunerati.

Vorrei concludere con un pensiero che a molti sembrerà banale, ciò nonostante, pur sapendo di esercitare una professione ragguardevole, nobile e dignitosa ho disagio nel concepire il grado di valorizzazione che le è stato imposto, ed ancora, ho imbarazzo e forse vergogna a riferire – nell’ambito lavorativo ma anche sociale – a quanto ammonta il mio “stipendio” anche perché richiamando l’art. 36 della Costituzione che sancisce “Il  lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e  qualità del suo lavoro e in ogni caso  sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”  potrei pensare che proprio la qualità e la quantità del mio lavoro non meriti una retribuzione dignitosa.

Un augurio a tutti i colleghi affinché la tenacia, impegno, dedizione e perseveranza di NOI TUTTI, possa finalmente portare alla giusta valorizzazione economico/professionale nonché al giusto paradigma di appartenenza, autorealizzazione e stima.

Ailda Postorino

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